Significati del Confine
I limiti naturali, storici, mentali
di Piero Zanini (Bruno Mondadori, 2000)
Recensione a cura di Silvia Costa
“I confini muoiono e risorgono, si spostano, si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano l’esperienza, il linguaggio, lo spazio dell’abitare, il corpo con la sua salute e le sue malattie, la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti, la politica con la sua spesso assurda cartografia, l’io con la pluralità dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni, la società con le sue divisioni, l’economia con le sue invasioni e le sue ritirate, il pensiero con le sue mappe dell’ordine”.
Piero Zanini sceglie questa frase di Claudio Magris per introdurre il suo Significati del confine; un libro piccolo ma vasto sulla concezione naturale, storica e mentale del confine, un manuale che diventa libro, una scoperta stilistica e contenutistica.
Zanini, architetto ma efficacissimo scrittore, inizia dall’etimologia del cum-finis per indicarne poi valori differentemente ma ugualmente validi. Per gli antichi era il solco che il vomere lasciava sulla terra; un’incisione col valore di sacrificio, la suggellazione del rapporto tra cielo e terra che dettava la regula non solo tra porzioni spaziali ma fra differenti universi. Poi il confine si ispessisce e diventa limes, limite comune che separa e si oppone a spazi adiacenti intorno al quale costituire una comunità; la linea infine è frontiera, una fascia permeabile rivolta versus qualcosa e qualcuno. È proprio in questo cuscinetto disponibile, tra le sponde esterofile del confine, che si apre la terra di nessuno, “il luogo – dice l’autore – dove la norma, la regola che il confine stabilisce non vale più, la terra selvaggia dove ognuno deve badare a se stesso e tutto diventa possibile”, il regno instabile del malinteso.
Mare, fiumi e deserti, sono invece confini naturali, antichi contenitori di storia le cui frontiere sono zone di incontro, dentro e attraverso i quali è possibile vivere in modo nuovo e transnazionale. Anche il contorno è un confine, un limite con il quale Zanini gioca sul piano psicologico sostenendo che “c’è ma non si vede. Almeno fino a quando ci stiamo in mezzo”.
Un confine deve poi essere costruito, e quindi lo spazio va occupato, misurato e infine confermato attraverso la presenza di segni che lo identificano, segni che, a volte, possono essere mobili (la tjuringa aborigena o l’animale per i nomadi), portatili, infine interni. Ecco che la nostra stessa identità, il nostro spazio intimo, si mostra come un “ingarbugliato intreccio di tracce e percorsi” che nella pratica definiscono le nostre appartenenze. Caratteristica del confine è anche la condizione di crisi; esso può essere rimosso, occultato, imbarazzato e svilito, attraverso la cancellazione dei segni che lo delimitano, oppure semplicemente scavalcato, e quindi neutralizzato.
Confinare uno spazio implica escluderne un altro; espellere l’intruso, minimizzare la possibilità che all’interno possa succedere qualcosa di non voluto e, al contempo, predisporre uno spazio periferico per l’emarginato che, se spinto oltre il margine, può diventare esiliato e straniero. Sempre più frequentemente marginalità è anche una scelta, una scelta identitaria per giunta, o con le parole di Zanini, “un modo per non stare né dentro né fuori”.
Qui l’autore affronta un tema importante per l’attualità politica e sociale italiana, quello dello straniero, di colui che modifica le caratteristiche stabili dell’abitare dell’uomo con elementi anomali. La comunità stabile subisce così un’intrusione che rende visibile e a portata di mano la differenza, obbligando alla ri-organizzazione degli spazi e alla ri-definizione dei limiti. Uno stato di squilibrio dato dalla convivenza delle diversità, che caratterizza tutte le forme migratorie, e che richiede un importante sforzo di traduzione, qui intesa come “adeguamento reciproco delle proprie conoscenze rispetto all’altro”.
Il libro si apre poi alla narrazione storica, a una piacevolissima triade che conduce alla parte finale.
Piero Zanini approfondisce l’idea di confine come spazio del malinteso, di ciò che Jankélévitch definiva “quel quasi niente” che ci distingue dagli altri, sostenendo la tesi per la quale l’equivoco sia una sorta di terrain vague dove è possibile la contrattazione e l’interazione tra le diverse culture. La difficile realtà del ghetto, ad esempio, attraverso l’associazione a spazio del malinteso è rielaborata come uno strumento di offesa ma insieme spazio di difesa e conservazione di una cultura. Uno spazio di tolleranza quindi, dove cioè si riconosca l’esistenza, nel tempo, di un disaccordo. Il compito del confine è “mettere in scena le diverse forme dell’alterità”, ed è quindi solo allargando i suoi spazi, ribadisce l’autore, che si può auspicare al superamento del disordine.
È invece laddove il confine diventa una barriera netta, imposta e incurante della memoria storica, che si crea uno spazio di conflitto (ne è un esempio la ex Jugoslavia). Un conflitto dato dal trascurare sia la necessaria caratteristica interattiva del confine, sia la relazione tra gruppo etnico e territorialità.
Zanini conclude con una boccata d’aria fresca, proponendo due forme di confine come spazio di pacificazione, di conoscenza del diverso. Primo fra tutti il gioco, che permette di esplorare il limite tramite la fantasia, di iniziare percorsi narrativi abili, ma del quale la città moderna è povera. La sua importanza, all’interno della società, è soprattutto quella di creare le così dette buffer zones; zone cuscinetto dove è possibile esperire il diverso senza il rischio di perdere la propria identità. Simile al gioco è il teatro, spazio di confine “aperto contemporaneamente sull’interno e sull’esterno, sul reale come sull’immaginario”. Un luogo liminare dove ognuno è se stesso e altro da sé.
Insomma, conclude Piero Zanini, da Despina (la Città invisibile di Calvino) a Sarajevo, “è andando ai margini, frequentandoli, ‘rubando’ a piene mani dalla vitalità e vivacità (che non dipendono dalla loro miseria materiale) come dalle forti contraddizioni che li caratterizzano, che diventa possibile pensare diversamente le nuove realtà urbane a cui stiamo andando incontro […] e ritrovare una rotta verso il futuro”.